Commento per la mostra in Galleria Fox, Cittá della Pieve (IT), 2004

Giulia Zoi su Markus Gottfried

XXI secolo. Ancora più del Novecento, è il secolo che proclama la morte della bellezza; è il secolo che mette fine alla rappresentazione della realtà, dei suoi miti. E’ il secolo delle trasformazioni. E’ finita l’era dell’artista “artigiano” come espressione di un’arte sottomessa, legata alla Chiesa, ai principi, al pubblico e al mercato. La bellezza non è più intesa come copia fedele o infedele del vero, ma come affascinanti percezioni che prendono forma e colore, espressioni di sentimenti liberi, istintivi e fugaci.

Markus Maria Gottfried, viennese, è uno degli esempi più tangibili di questo cambiamento: le sue serigrafie orientano l’estetica verso funzioni estreme, la composizione – scomposizione, lo stabile e l’instabile, la rappresentazione lineare delle spazio nelle sue dimensioni. Un viaggio spirituale nella contemplazione del segno e della genetica, una ricerca estrema del primordiale alfabeto che ripetendosi in infinite combinazioni genera inesauribili codici e linguaggi.
Gottfried capovolge in maniera provocatoria le finalità della stampa: non più un sola forma per numerosi esemplari, ma l’inverso, infinite forme per un’opera sola, intima, ironica.

La serigrafia diventa uno strumento preciso. Le strisce di colore sembrano estratte da figure geometriche. Le trasparenze emergono dalla cura dei dettagli e dallo studio delle sovrapposizioni. Si percepisce una materialità leggera, dove il soggetto primario è sempre il colore. Ed è ancora il colore morbido che da vita e movimento alle forme.

L’acquisizione dei metodi di stampa, di regole accademiche, di simboli e la relativa possibilità – capacità di trasgressione degli stessi ha segnato, nel corso della sua formazione presso la Akademie der Bildenden Kuenste di Vienna, quel sistema di alternanza fra tradizione e trasgressione che sotto differenti punti di vista sono state definite come una nuova dialettica dell’arte.


Testo © Giulia Zoi


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